Afghanistan#2

I visi dei bambini sono stupendi, trasudano bontà. A girare da soli con le macchine fotografiche, che lasciano ben intendere il mio stato di benessere, non ho incontrato mai nessun problema. Lungo il percorso la mia mente ha scattato una fotografia che la mia macchina non è riuscita a registrare: un bambino che camminava sul ciglio della strada nel senso opposto a quello di marcia. Il suo passo era deciso e molto fiero. Aveva un maglioncino arancione con collo alto e sopra un gilet nero, sul capo un tipico berretto islamico. Nell’incontrare le prime macchine del convoglio,
alle quali è seguita subito la nostra, ha alzato il braccio destro rivolgendoci un saluto, ma il suo sguardo fiero e il sorriso sincero ha fatto sì che quel ragazzino di 6/7 anni mi suscitasse una profonda stima.
Sembrava sapesse dove era diretto e con idee molto chiare. Lo sguardo che ci rivolse era di simpatia e rispetto. Questo atteggiamento, in sintesi, era quello di un piccolo uomo che, se ben istruito e inserito in una struttura sociale attiva, potrebbe fare di lui uno di quei tantissimi uomini in grado di rendere il proprio Paese libero dai problemi di sopravvivenza e dalle facili strumentalizzazioni.

Che la guerra sia senza senso è diventato oramai luogo comune, purtroppo, anche perché continua ad esistere. Ma il paradosso è che l’informazione, che dovrebbe costruire e alimentare la cultura dei popoli, si limita a sfruttare le situazioni per far crescere gli ascolti, e quindi i profitti.
Oramai il pubblico televisivo è stato abituato a non porsi più domande e a credere a tutto ciò che passano i telegiornali. Oramai contengono più verità un film ben girato o taluni romanzi in cui lo scrittore (poiché ama il suo lavoro) studia i minimi particolari, che i notiziari della sera. E’ seguendo questa strada comoda e strumentalizzata a fini di audience che ci viene raccontata questa guerra.

In sintesi l’arte di riciclare un prodotto vecchio, a cui nessuno si interessava, in un prodotto pieno di pathos e tensione.

E perché non “abbinare” alcuni commenti a dei filmati di propaganda sull’esercito? Ecco i corpi speciali degli americani, le teste di cuoio inglesi, i servizi segreti russi ecc… e tutti sappiamo quanto costa un Mig, come funziona una portaerei e quanto può correre un missile. Ma del resto, di tutto il resto, nessuno sa e nessuno vuol informare. Nessuno dice che qui vive un popolo bellissimo, che su venti bambini quindici sono di una bellezza disarmante, che lo stato di povertà e disagio in cui vivono non è colpa dei talebani, i quali sembrano essere diventati il male del mondo

Iniziamo a parlare seriamente della politica estera di tutte le nazioni, dell’egoismo con il quale vengono amministrate le risorse del pianeta, precludendo l’80% della popolazione dal loro utilizzo, e allora ci accorgeremo che due aerei su due torri è il “minimo” e forse solo l’inizio di quello che succederà su questo pianeta.
Sta di fatto, però, che queste due torri erano situate nello Stato più forte, anche da un punto di vista mediatico, ed ecco allora scatenata a regimi dirompenti la terza forza in questa guerra, l’esercito di nessuno ma per tutti. Che segue a menadito una sceneggiatura provata e riprovata, perfezionatasi nel corso degli anni, partendo dai pony express alle parabole di Eccelon, passando dalle stanze del potere e arrivando in Vietnam, nel Golfo e a Cuba.

Perché dico questo? Perché in questo momento sono in Afghanistan e sono circondato da un mondo lontano anni luce da quello che mi veniva raccontato in Italia.

Il mio soggiorno in Afghanistan di dieci giorni ha conosciuto uno Stato che si potrebbe tranquillamente affermare – e tutti i corrispondenti lo potrebbero confermare – fermo all’età della pietra, più i kalashnikov e le jeep. Non ho visto un modello di
sviluppo da esportare, anzi ho toccato e annusato una società che ha bisogno di molto, ma di certo non di qualcuno che fomenti una guerra che oramai raccoglie nei giovanissimi e negli anziani le nuove forze. Una grossa parte della generazione di mezzo è esplosa con la follia che sta incendiando le politiche estere degli Stati capitalistici. Non ho visto strade, non ho visto fognature, non ho visto donne lavorare, non ho visto tribunali e purtroppo ho visto gli ospedali, i bambini imparare a memoria il Corano, i kalashnikov integrati nel quotidiano come orpelli. Ma soprattutto ho visto un esercito fatto da una moltitudine di età. Li ho visti marciare, li si potrebbero paragonare ad una scolaresca elementare in gita. Con enormi difficoltà a mantenere le distanze e i ritmi, per non parlare delle figure più articolate. Mai ho visto un comandante strillare tanto, gesticolando e rincorrendo i propri uomini. Questo d’altronde è lo specchio di un popolo che ha fondamentalmente fame, freddo
e poca voglia di uscire dal 1380 (anno islamico), perché mai nessuno gli ha spiegato che sarebbe possibile.

Un paese militarizzato, dove l’unica democrazia è quella della povertà.