Afghanistan#1

Un viaggio in Afghanistan, in una terra di cui prima dell’11 Settembre moltissimi non conoscevano nemmeno la precisa collocazione geografica, e di cui ora, invece, apparentemente si conoscono alla precisione usi e costumi. Dal manager alla casalinga, siamo tutti interessati a capire, avidi d’informazioni, per permetterci e prospettarci egoisticamente un futuro più tranquillo.

Cancellare il male, conoscere il nemico per eliminarlo. Menti e occhi riempiti da una comunicazione filobellica, capace solo d’informare per creare consenso, incapace invece di dare un contributo lungimirante su eventi disastrosi per molti.

Un viaggio nei tempi e luoghi dove la notizia ora nasce. A conoscere quella gente, additata prima come liberatrice, e dopo come carnefice, a cercare di capire il perché di tanta facilità nell’etichettare le persone.
Scoprire così un intero Stato che sopravvive, lotta con le armi e annaspa
negli ideali per motivarsi e credere che quello stato di miseria sia una
condizione privilegiata.

Ok, siamo partiti finalmente. La prima riflessione è stata: ma perché voglio arrivare fin lì?! L’aereo è pieno di giornalisti, ed una volta arrivati il numero sarà quintuplicato. Ma cosa voglio fare di diverso? In Italia sentivo l’esigenza di un’informazione bilanciata, non tendenziosa, ma soprattutto approfondita, e, in caso, schierata per la pace o il dialogo, almeno. Invece i servizi televisivi servono solo a riempire lo schermo nell’attesa della pubblicità (i migliori vengono trasmessi a notte fonda), i
commentatori fingono tensione e paura, il tutto confezionato per offrire alla massa una “finta”informazione.

Ma ecco che finalmente vedo tutti i passeggeri del volo per Dushanbe: esclusi tre o quattro, sono tutti giornalisti… come può mancare l’informazione?
Ma in fondo… chi mi credo d’essere? Di sicuro ora mi sento un pesce fuor d’acqua; non solo perché non parlo una parola d’inglese (e questo contribuisce moltissimo al disagio) ma anche perché, una volta incontrati degli italiani, mi accorgo subito che sono l’unico “fesso” senza assicurazione sulla vita. Ho l’impressione che se non avessero avuto quella, assieme al viaggio organizzato, nessuno si sarebbe mosso di casa. Meglio non sapere quanto guadagnano. Non voglio proseguire oltre perché, per adesso, sono delle impressioni confermate da una piccola parte di persone, quindi potrei essere smentito prossimamente. Me lo auguro.

Questo è il quarto posto di blocco, siamo partiti stamane alle 9 in un convoglio di circa 30 macchine. Suppongo che ci siano ancora tutte, ma non è certo: strada facendo superavamo auto ferme con il cofano alzato e il numero del convoglio di appartenenza visibile sul vetro. Molte sono state le soste per far riposare i motori e aspettare gli “invalidi”. Non riesco a spiegarmi come questi veicoli – è un eufemismo – riescano comunque ad andare, sempre.

Gli ultimi 30 chilometri sono stati infernali, nell’abitacolo La temperatura era elevatissima, il caldo soffocante appiccicava addosso la polvere.

Sono quasi tre ore ormai che siamo fermi al quinto posto di blocco, e il tutto mi continua a sembrare assurdo. Qui oramai c’è buio come se fosse notte; ci si muove alla luce delle pile che i giornalisti più esperti si sono portati. Sotto una piccola tenda incastonata in un colle, stile presepe, le guardie trascrivono con inesorabile lentezza tutto quanto si possa registrare.

Cinque minuti fa, mentre passeggiavo tra la polvere della “strada”, ho sentito avanzare un vociare di bambini: ed ecco spuntare una bambina di dieci anni con un bambino di quattro, presumibilmente il fratellino, accompagnati da due cani rinsecchiti. Non riesco ad immaginare da dove possano provenire, visto che davanti, dietro, ovunque c’è il nulla. Questa realtà mi sembra sempre più assurda.

Strada facendo mi interrogo sul perché di tutto questo, e penso che continuerò a farlo ancora per molto; una cosa è certa, qui ci sono migliaia di persone che sopravvivono alla fame, sopravvivono al lavoro, ma sono morti socialmente.

Passo per cittadine e villaggi (non so nemmeno come definirli) e ho l’impressione che esistano solo per se stessi, non sembrano riconosciuti da nessuno. Così come ci sono, così potrebbero non esserci.

Questa è la stessa indifferenza che tuttora, con altri strumenti e modi, viene dedicata anche a Stati più sviluppati. La non attenzione ai più, porta inevitabilmente al collasso. Sento sempre più forte l’impressione che tutto ciò nasca dall’egoismo e dall’indifferenza.

La ribellione era inevitabile, la ritorsione stupida.

Il processo alternativo all’aggressione, a mio avviso esiste, ma di sicuro renderebbe più forti i piccoli e questo non interessa a nessuno. La dittatura da sempre è sorretta dalla minoranza e l’unico modo per rovesciarle sta nel rafforzare (diffondendo cultura) e rendere indipendente, libero, forte di ideali positivi il pensiero della maggioranza. La rivolta interna costruisce inevitabilmente un governo democratico, forte e stabile. L’errore in tutto questo è il non informare i più, mantenendoli nella propria ignoranza. Mi riferisco al mondo occidentale, in gran parte convinto che questo conflitto (o meglio, questa aggressione) sia motivato e giusto.

Ma il paradosso lo si raggiunge quando si parla di liberazione: gli Americani hanno uno strano concetto di liberazione che non sembra coincidere con la carta dei diritti dell’umanità.